Dietro il nome vago di “Arctic Endurance”, la manovra militare organizzata dalla Danimarca in Groenlandia a partire da gennaio, si celava qualcosa di molto più grave: una vera operazione di deterrenza militare, concepita per scoraggiare una possibile invasione da parte degli Stati Uniti di Donald Trump, è quanto rivelato dall’emittente pubblica danese DR.

DR sostiene di aver preso visione di un ordine di operazioni militari datato 13 gennaio, documento che avrebbe costituito la base giuridica e operativa per il dispiegamento delle forze danesi nel territorio autonomo.

Secondo diverse fonti, il governo di Copenaghen e le Forze Armate si stavano concretamente preparando all’eventualità che Washington, sotto la guida di Trump, ricorresse alla forza per annettere la Groenlandia.

I dettagli che DR ha ricostruito lasciano poco spazio a interpretazioni rassicuranti.

I soldati inviati nell’isola artica viaggiavano con munizioni cariche, sacche di sangue per le trasfusioni in caso di ferite gravi, e quantità di esplosivo sufficiente a far saltare le piste dei principali aeroporti groenlandesi, così da impedire un atterraggio di forze statunitensi. Anche gli aerei da combattimento erano stati fatti decollare. Non un addestramento di routine.

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A legittimare giuridicamente l’intera operazione era uno strumento apparentemente polveroso, il cosiddetto “ordine di condotta reale” del 1952, che autorizza le unità militari danesi ad aprire il fuoco in caso di attacco senza attendere istruzioni dalla catena di comando.

Secondo le fonti di DR, la scelta di affidarsi a questo ordine anziché a istruzioni specifiche e aggiornate era deliberata, poiché, di fatto, permetteva di mantenere una postura difensiva credibile senza che ci fosse scritto in alcun documento interno di “sparare contro soldati con la bandiera americana sull’uniforme”.

Un dettaglio che, se reso pubblico, avrebbe avuto il sapore di una dichiarazione di guerra.

La logica seguita da Copenaghen e dai suoi partner europei – tra cui Francia, Germania, Svezia, Norvegia e Paesi Bassi, che hanno tutti partecipato all’operazione – era quella di inviare un segnale inequivocabile agli Stati Uniti senza trasformarlo in un incidente diplomatico aperto. “Stare al gioco”, come ha definito la strategia una delle fonti: fare qualcosa che sembrasse normale, facilmente giustificabile in pubblico, ma che mandasse un messaggio chiarissimo ai consiglieri e ai decisori attorno a Trump.

Il fattore scatenante, secondo i militari citati da DR, era stato l’operazione americana in Venezuela del 3 gennaio, che aveva dimostrato come l’amministrazione Trump fosse disposta ad agire al di fuori dei canali tradizionali dell’alleanza atlantica.

“L’apparato amministrativo degli Stati Uniti non funziona più come prima”, ha dichiarato un funzionario militare danese all’emittente, sottolineando che di fronte alle ripetute minacce di Trump sulla Groenlandia “non si poteva escludere nessuno degli scenari possibili”.

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L’emittente danese ha definito senza mezze parole quella di gennaio come la situazione di sicurezza interna più critica per il Regno di Danimarca dal 9 aprile 1940, il giorno dell’invasione nazista.

Un paragone che suona pesante, ma che rende la misura dell’allarme percepito a Copenaghen, e ancora più aggravato dal fatto che il rischio non veniva da un nemico dichiarato, ma dal principale alleato della Nato, un paese con cui la Danimarca condivide il Patto Atlantico fin dalla sua fondazione.

La crisi si è momentaneamente allentata il 21 gennaio, quando Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo “di massima” con il segretario generale della Nato, rinunciando pubblicamente all’uso della forza.

Una dichiarazione ribadita di recente dall’ambasciatore americano a Copenaghen. L’esercitazione Arctic Endurance, tuttavia, proseguirà per tutto l’anno, con una durata insolita per una manovra presentata come ordinaria.

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